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Chiesa dell’Immacolata Concezione di Maria Vergine

Luogo: Longarone (BL), Via San Cristoforo, 2
Autore: Giovanni Michelucci; Enzo Vannucci (strutture)
Cronologia: 1966 | 1978
Itinerario: L’architettura contemporanea nel paesaggio
Uso: Chiesa

La chiesa madre di Longarone è forse uno degli edifici dalla storia più tormentata del piccolo centro abitato, costruito nella valle del Piave e teatro di uno dei più dolorosi disastri antropico-ambientali del Novecento. Il centro, quasi totalmente cancellato da una inondazione la sera del 9 ottobre 1963, è oggetto nell’immediato post-catastrofe di un piano regolatore che ne prevede la ricostruzione sullo stesso sito. Nel 1964 il Sindaco della città invita Giovanni Michelucci a redigere un progetto per la chiesa distrutta ma l’architetto si rifiuta per motivi personali, tra cui il forte sgomento nei confronti della catastrofe (A. Belluzzi, C. Conforti 1987). La tormentata vicenda dell’edificio è soltanto all’inizio: al rifiuto di Michelucci seguono altri progetti, un rinvio legato alle priorità della ricostruzione e infine un singolare concorso a inviti tenutosi nel 1966 nell’ambito del quale si valutano i curriculum di alcuni tra i più importanti progettisti di quel periodo (BBPR, Daneri, Gardella, Gurekian, Valle), incluso lo stesso Michelucci, figura intorno alla quale si incontrarono i voti favorevoli di tutta la commissione.

L’edificio sorge nel luogo dell’originaria chiesa ma con forme totalmente nuove, elaborate sull’onda delle sensazioni provocate dall’evento catastrofico che aveva colpito la citta e in ricordo delle vittime. Il nuovo edificio ha una pianta centrica ed è organizzato su due livelli organizzati come due cavee sovrapposte in una sorta di vortice generato da percorsi che si avviluppano conducendo dal piano stradale al livello superiore. Numerose direttrici visive, suggerite dalle forme sinuose, enfatizzano l’inquadratura della valle del Vajont e dei resti della diga.

Il progetto trova una forte opposizione da parte degli abitanti della città che non rivedono nel nuovo edificio la solennità del tempio distrutto, ma l’architetto, pur comprendendo le istanze critiche, si rifiuta di cedere agli inviti all’ambientamento, ritenendolo una questione superata (A. Belluzzi, C. Conforti 1987). Le vicissitudini legate all’approvazione del progetto ritardano notevolmente l’inizio della costruzione. La finale approvazione, preceduta da numerose versioni del progetto, con modifiche più o meno sostanziali, porta all’apertura del cantiere nel 1975.

Una delle richieste alle quali l’architetto si trova a rispondere è la realizzazione di un campanile per il quale, così come per la realizzazione dell’anfiteatro superiore, Michelucci propone diverse versioni, ultima delle quali una struttura metallica impostata sulla spaccatura della cavea superiore. Si tratta di una vela traforata ancorata su due lembi in calcestruzzo di altezze diverse, culminante con una croce. La vela, come altre parti dell’edificio, è stata realizzata successivamente rispetto alla consacrazione, con diverse modifiche rispetto al progetto originario.

L’aula ha la forma di un anfiteatro coperto da un altro anfiteatro soprastante, concentrico e aperto sul paesaggio. L’ambiente riceve luce naturale da finestre non visibili dal centro dell’aula, bucature rettangolari costellano la parete curva e inclinata dell’aula. L’utilizzo del calcestruzzo faccia a vista sia internamente che esternamente ha richiesto notevole perizia di realizzazione, affidata all’impresa esecutrice.

Le gradinate continue destinate ai fedeli enfatizzano ulteriormente la forma troncoconica dell’aula, sovrastata da un volume concentrico al di sopra del quale trovano posto le gradonate della cavea superiore.

La traduzione materiale del progetto è frutto del sapiente uso del calcestruzzo armato. I calcoli strutturali sono redatti dall’architetto Enzo Vannucci. Lo stesso Michelucci fornisce le indicazioni concernenti la disposizione e la qualità del legno per la realizzazione dei casseri, per ottenere gli effetti di vibrazione della luce da lui immaginati.

La rampa elicoidale consente l’osservazione del paesaggio circostante a trecentosessanta gradi, la visione del quale è elemento fondamentale per la comprensione delle scelte progettuali. La tensione ricercata nel progetto, così come l’intento di commemorazione delle vittime del disastro passano anche attraverso l’osservazione della città e della vallata circostante.

L’anfiteatro superiore, pensato come una chiesa all’aperto, è in realtà una grande piazza circondata da gradonate divise in due diversi settori. Allo spazio si può accedere a diverse quote, da ogni accesso si possono ottenere suggestioni differenti legate alla percezione dell’edificio e dello spazio circostante.

La suddivisione in due settori, caratterizzati da diverse altezze, apre il piano della piazza superiore alla vista della valle e ancora una volta alla diga, diventata ormai simbolo del disastro.

I resti della chiesa settecentesca sono disposti all’interno di un ambiente molto suggestivo sul quale insiste la curvatura della aula principale. Nello spazio semi aperto è bene evidente il contrasto tra il cemento grezzo e la pietra di Castellavazzo, utilizzata per le pavimentazioni. L’organizzazione dei pochi resti dell’edificio sacro distrutto dall’inondazione in una sorta di museo non è opera di Michelucci ma realizzata in un secondo momento da altri tecnici (A. Belluzzi, C. Conforti 1987).

Foto di Marina Caneve
Testo di Luciano Antonino Scuderi